16/05/10

Quel guardone sedeva alla cattedra



Aveva un cappello da passeggio grigio tra le mani, era seduto alla cattedra e mischiava i bigliettini con la punta delle dita. Uno sguardo sadico e la voglia di mettere in atto quello che da mesi lo ossessionava: fare le domande più assurde a quei tre o quattro che non gli andavano giù, umiliarli, e vederli in difficoltà. Indossava un gessato con una cravatta sgargiante. Amava provocare anche con i colori, spalmava abbinamenti cromatici sugli occhi dell’interlocutore con la cattiveria.

Alle 8 di mattina erano tutti a guardare dalla finestra per controllare se quella Fiat 600 era stata parcheggiata nel cortile, ognuno estasiato dal sapore della sua assenza. Ma ecco sbucare da dietro l’angolo quel riconoscibile faro rotondo, prodigio della tecnica automobilistica del dopo guerra: era lui. Ritornava in classe dopo un mese d’assenza per una mano ingessata. Tutti al proprio posto in attesa del suo arrivo, la prima ora di Spuntato era difficile da mandare giù dopo tutto questo tempo di assenza. Valicò la soglia quasi avesse usato il teletrasporto. Vistosamente dimagrito si fiondò al suo posto con un cenno di saluto, con noncuranza, con stizza e con disprezzo verso la sua classe, un gesto che parte dal mento, senza rispetto. Non fece l’appello, non chiese nulla, prese uno ad uno gli strumenti che aveva preparato per quella scenetta, come il parroco nel solenne momento in cui “prese il calice e disse…”. Bigliettini di carta piegati, quel vecchio cappello, una penna, un quaderno blu, gli occhiali, era tutto pronto. Il dito scorreva lungo l’elenco della V D scritto in corsivo dalla sua prediletta seduta al secondo banco. Il dito andava sempre più giù, lento, una moviola che secondo dopo secondo si avvicinava pericolosamente alla lettera “P”. Improvvisamente l’unghia si piantò nella riga giusta, finse l’improvvisazione, ma la pantomima era sicuramente studiata da giorni con prove a casa. Aveva una voce molto stridula per essere un uomo, quasi una cantilena, era inconfondibile, pronunciò il mio cognome lentamente e ben scandito in sillabe: PAL – MIE – RI. Era chiaro fin dall’inizio. Sei sempre lì a pensare che è tutto frutto delle tue manie di persecuzione, ma in realtà era tutto vero: Spuntato aveva preparato quel rito proprio per me. Un brivido percorse la mia schiena, sapevo che quelle sarebbero state due ore interminabili. Fiero della sua pantomima non mi guardò in viso ma aspettò il mio arrivo alla cattedra e lì tacque con uno sguardo perso nel cielo di maggio. Tese quel cappello verso me quasi a chiedere l’elemosina. All’interno centinaia di bigliettini piegati meticolosamente alla stessa maniera, un’operazione ossessiva di cui andava fiero e mai sfoderata prima d’ora. Ero la cavia. Ne presi uno a caso, senza mischiare, non mi andava di dargli soddisfazione. L’aveva scritta di suo pugno la domanda, l’aveva scritta male per iniziare il lungo percorso dell’umiliazione, sapeva che non sarei riuscita a leggerla. Tutto andò secondo i suoi programmi, diedi indietro quel cartoncino spiegazzato chiedendogli di leggermi il contenuto e lui subito esclamò: “Cos’è non sai leggere?”. La battaglia era solo all’inizio. Quella cantilena annunciò con sadismo la prima frase dell’interrogazione. Dopo averla pronunciata si sentì un fruscio di pagine. Tutti e 26 cercavano dove fosse la risposta, il 27esimo ero io e potevo solo consultare la mia mente. Sapevo che quei pomeriggi di studio continuo non sarebbero serviti a nulla, ingenuo credevo di potercela fare. Quella domanda su Verga era posta in modo complesso e fumoso. Non mirava a vagliare la mia preparazione ma ovviamente la mia impreparazione. I sensi di colpa mi assalirono: non ho studiato bene l’autore, non ho preparato l’interrogazione come si deve o forse non so studiare. Niente. Buio. Non riuscii a rispondere. Spuntato godeva. Se avesse potuto ridere di gusto l’avrebbe fatto, ma non era previsto dal suo copione. Quell’attesa teatrale, quei silenzi interminabili lo facevano impazzire. Il protagonista era lui, la platea attendeva il suo intervento come in una rappresentazione di Shakespeare. Non mi rivolse lo sguardo, anzi, alzò le pupille agli astanti: “Mi sembra evidente che uno studente che non conosce Verga merita un voto, non possiamo mandarlo a posto senza un voto”. L’atto II stava per iniziare. Si rivolse ad Antonio (primo banco alla sua destra) il top del top, l’unico e indiscutibile primo della classe. Spuntato raccoglieva due piaceri: la mia umiliazione e la difficoltà di Muraglia di assumere un ruolo giudicante. Pronunciò quindi altisonante il refrain: “Che voto gli daresti?”. Antonio era una persona seria, un ragazzo di 17 anni con la compostezza e l’imparzialità di un magistrato. Non si espresse, aspettò la mossa dell’avversario per agire in contropiede: un genio. La mossa arrivò. “Muraglia, puoi dare tu la giusta risposta alla mia semplice domanda? – chiese Spuntato - ”. Era il piano B, Antonio avrebbe risposto sicuramente ed io sarei stato affossato definitivamente. Accadde l’incredibile. Mentre masticavo la sconfitta Antonio sfoderò il suo asso: “Professore, veramente la sua domanda si riferisce a una parte del programma che noi non abbiamo ancora studiato, ho controllato poco fa”. Un orgasmo pervase le mie membra. Spuntato entrò nel pallone. Infuriato e frettoloso prese il cappello per spiattellarmi una delle sue altre domande contorte. Ancora Verga. Un cavillo. Un riferimento alle schede. Ovviamente non seppi dare una risposta, ma ancora silenzio. Stavolta non chiese pareri, non chiese suggerimenti. Due piccole curve con la penna biro disegnavano un 3 sul registro e senza pronunciare parola, con un gesto indicò il mio banco.

Sono trascorsi esattamente 10 anni. Ho perso i capelli ma non la memoria. All’ingresso del centro commerciale vedo una figura avvicinarsi alle porte scorrevoli. Un gessato grigio, occhiali tondi e braccia annodate dietro la schiena: inconfondibile. E’ solo, ma fiero come sempre, con la barba incolta, uno sguardo vitreo e una falcata da poco di buono. Non lo vedevo da tempo, l’ho seguito, l’ho osservato. Ogni donna che ha attraversato la navata centrale del capannone commerciale è finita nei sui occhi. Nessuna compera, nessuna commissione, solo sguardi, occhiate dedicate al suo pomeriggio femminile. Una lunga passeggiata frenetica fatta di continue pause per guardare meglio le prospettive, soprattutto dal basso. Dieci anni fa pensavo alla vendetta, oggi provo pietà.
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4 commenti:

Lala ha detto...

E ci tenevi nascoste le tue doti da narratore?! Racconto impeccabile :)

Zibuletti ha detto...

mi sembra evidente che questo racconto è la Vendetta...

3+!!!

mari ha detto...

giusto equilibrio fra coinvolgimento emotivo e osservazione distaccata..ho potuto "vedere" la persona che hai descritto attraverso le tue parole. Bravo Lor scrivi ancora :)

Anonimo ha detto...

minchia...
da buon professorone rompiballe(io?!?)cambierei giusto un paio di espressioni( ma poi te lo dico in privato)
il racconto è davvero bello,
si gode nel leggerlo perchè mette il lettore nella posizione di godersi la vendetta scritta...a pieno.
bravo

car